Momenti difficili come superarli Consapevolezza di sè

Ciao Bentornata/o a Lavorare col Sorriso!

Avete presente quel famoso detto “Non tutto il mal vien per nuocere”? Normalmente lo si usa per re-inquadrare situazioni che, sebbene apparentemente sembrino molto sfavorevoli/negative, guardate più attentamente e col famoso “senno di poi” si possono trasformare in epifanie.

Ecco, ci sono dei casi in cui oggettivamente l’opera di relativizzazione di momenti difficili viene più difficile: ad esempio in caso di lutti o perdita di lavoro.

Oggi prendo spunto dalla storia di una lettrice che appunto attraversa un momento simile: ha perso un famigliare e nel contempo ha dovuto cessare il lavoro precedentemente svolto.

Questa storia si unisce a un mio momento personale che non è di allegria sfrenata, per alcuni motivi.

E la coincidenza del sentire questa storia proprio adesso mi ha fatto riflettere.

In teoria siccome non sto vivendo un lutto e la perdita del lavoro, allora, non dovrei sentirmi autorizzata ad essere giù di corda.

In realtà, alla luce di tutta una serie di vicissitudini passate, altrettanto dolorose, e di aspettative deluse, anche a me accade di sperimentare stati d’animo poco piacevoli.

E in questo senso invito tutti coloro che vivono in questo momento stati d’animo non piacevoli, il diritto di viverseli senza sentirsi in colpa per il solo fatto di vivere momenti NO che non sono assimilabili a tragedie di portata planetaria.

A volte ho la sensazione che esista una sorta di codice non scritto con cui molte persone si autorizzano a vivere emozioni negative solo nelle circostanze socialmente riconosciute: lutti, divorzi, incidenti gravi etc…

Addirittura, ho sentito persone pronunciare frasi del tipo “Si, mio padre aveva 90 anni, alla fine ha vissuto a lungo, non devo piangere”.

Atteggiamento che trovo auto-punitivo: come se una morte, in quanto avvenuta nel corso di quanto è considerabile fisiologico, allora non implicasse la possibilità di provare comunque dispiacere per una perdita così importante (di solito e nella maggior parte dei casi).

Anche perché le emozioni se ne fregano bellamente delle casistiche sociali in cui sono ritenute accettabili. Sebbene in molti casi avvenga una sistematica repressione dei moti di umanità proprio in virtù di questo mondo molto competitivo in cui viviamo.

E parlo anche di emozioni positive.

Avete presente quanto spesso persone energiche ed entusiaste siano mal viste perché troppo esuberanti rispetto al contesto?

Questo per me la dice lunga sul tasso di robotizzazione illusoria in cui viviamo e sul senso di colpa e di inadeguatezza che permea le nostre esistenze.

Non ci si può permettere di perdere, non ci si può permettere di essere fragili, non ci si può permettere di “fermarsi” o di “esagerare con l’entusiasmo”.

In media poi nei contesti lavorativi, essere persone troppo vitali potrebbe essere un problema: bisogna obbedire ad un codice non scritto di mediocrità emotiva: mai troppo felici, mai troppo tristi, appiattendo in modo strisciante e/o subdolo le devianze dalla norma.

Bisogna produrre, essere positivi e stare seri.

Ma una cosa è essere squilibrati, oscillare fra estremi di positività e negatività esasperati.

Altra cosa è vivere male normali stati d’animo emotivi che possono deviare temporaneamente da uno stato di quiete. Quello che accade molto spesso nella realtà è questo secondo caso.

Ossia che le persone si sentano inadatte perchè sperimentano temporanei inciampi di percorso con annessi picchi emotivi.

Poi il malsano (a mio avviso) tentativo di “tirarsi su” imponendosi magari di uscire per forza, o di fare cose per non pensare/sentire, di fatto, rimandano un problema senza risolverlo. Sono palliativi.

Motivo per il quale proprio in questi giorni sono stata volentieri con me stessa in uno stato d’animo pessimo.

Ho avvertito molte sensazioni negative e mi sono sentita molto sola.

Ho imparato tuttavia a non cedere alla tentazione di mascherare questo stato d’animo o di sfuggirgli solo per non apparire inopportuna agli occhi di chi potrebbe trovare non giustificato questo stato di cose.

Caso ha voluto che proprio mentre facevo i conti con me stessa, mi arrivi la mail di questa lettrice che racconta la sua storia difficile.

Una storia dolorosa e difficile oggettivamente, affiancata ad un mio umore pessimo che paragonato alla sua situazione non sarebbe giustificabile.

Ribadisco che ognuno di noi a momenti potrebbe trovarsi a vivere una qualche situazione come terribile anche se agli occhi di altri potrebbe non esserlo.

Ovvio, è bene si tratti di un malessere temporaneo. Diversamente, se un malessere si protraesse per mesi/anni, sarebbe il sintomo di un problema ben oltre più profondo di eventi negativi incidentali.

Riprendendo la storia della lettrice, da esterna, seppur di malumore, mi è venuto più agevole tuttavia leggere le possibilità che si scorgono dietro a due eventi e due vuoti improvvisi quali un lutto e la perdita di un lavoro.

Cosa ne traggo? Che dall’esterno siamo sempre tutti più bravi, in quanto parti non in causa, e guardare oltre l’emotività che ci affossa in qualche circostanza.

Ricordiamocelo, quando siamo tentati di deridere o sminuire i malesseri altrui.

Siamo sempre tutti bravi giudici e ottimi consiglieri quando siamo parti terze rispetto agli eventi, proprio perché siamo al di fuori dell’emotività.

Poi che cosa ho visto nella situazione di questa lettrice?

Ho visto la possibilità per lei, di poter “meglio assimilare” il vuoto derivante dalla perdita del padre, impiegando tempo ed energie a cercare un nuovo lavoro.

Ho visto anche la possibilità, essendo costretta dalle circostanze a ricominciare daccapo, di poter indirizzare questi sforzi verso qualche sogno nel cassetto rimasto sopito, o verso la realizzazione di qualcosa di nuovo e diverso che possa valorizzare le sue esperienze pregresse.

Sto dicendo che dovrebbe essere felice perché ha perso il padre e il lavoro?

Ovviamente no. Sto dicendo che di fronte a questi dati di fatto, dolorosi, è possibile trovare spazi per uscire fuori al meglio delle proprie possibilità, concedendosi il tempo soggettivo di cui si necessita per metabolizzare i dolori.

Anni fa, a seguito di un lutto per me dolorosissimo, non avevo nessuna intenzione di uscire di casa.

Ho passato circa 4 mesi in casa, eccetto uscire per lavoro, a dipingere quadri che per la maggior parte ho poi regalato.

Avevo trovato un modo mio di metabolizzare un lutto.

Dopo aver passato questa fase sono passata a fare anche altre cose.

Nel caso della lettrice, è ovvio che le possibilità emergenti come risvolto di queste due perdite, saranno visibili solo a tempesta passata.

Non si può pretendere di usare il raziocinio quando l’eco emotivo di quello che stiamo vivendo è ancora troppo forte.

Bisogna essere clementi con se stessi e regalarsi i tempi necessari a risollevare la china.

E questi tempi sono soggettivi.

Non esiste un editto che li stabilisca uguali per tutti, non esiste tecnica millantata da coach ciarlatani che possa “guarire” un iter fisiologico di “attraversamento del dolore”.

Anzi, prima ci si rassegna a sentirlo, viverlo, accettarlo, più si accelera la fase della rinascita.

Nessun sentimento negativo esisterebbe senza il suo opposto positivo e viceversa.

La vita è fatta di moltissime nascite e moltissime morti, anche figurate.

Eventi che segnano la fine di qualsiasi cosa, sono sempre forme di distacco non sempre agevoli da superare e lasciarsi alle spalle. Definire obiettivi per il futuro, in questi casi, serve a poco.

Prima occorre rendere tollerabile il presente.

A questo proposito ho scritto un articolo tempo fa nel pieno di un mio precedente momento no, se vuoi leggerlo clicca qui: https://lavorarecolsorriso.it/qui-e-ora/.

Per questo uso molto tatto e rispetto dei sentimenti e stati d’animo altrui, senza forzare la mano, con chi si rivolge a me per superare i suoi momenti no lavorando molto anche sulla consapevolezza corporea e le emozioni.

In questi casi, penso peraltro che il coaching, come approccio, sia del tutto inadeguato.

Per questo ho approfondito gli studi conseguendo un diploma triennale in counseling psicologico.

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Federica Crudeli


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