
4 DIFFERENZE FRA UOMINI E DONNE AL LAVORO!
Ciao e Bentornato a Lavorare col Sorriso!
Oggi ti parlo di almeno 4 differenze fra uomini e donne al lavoro che rendono la comunicazione fra i due sessi più difficoltosa.
Non è una novità che da secoli ci sia un tentativo reciproco di comprendersi, in ufficio come fuori, con scarsi risultati, a volte.
Gli scarsi risultati sono legati principalmente al fatto che le aspettative di un uomo sono diverse da quelle di una donna, e che entrambi filtrino il mondo con occhi molto diversi.
I significati attribuiti nel mondo maschile divergono da quelli attribuiti dal genere femminile, a parità di situazione, e questo genera infiniti fraintendimenti, delusioni e molto stress.
Nei miei precedenti articoli “Differenze fra uomini e donne: capirle ti aiuta” e “L’empatia è uomo o donna?” ho già iniziato a parlarti di quali siano alcune differenze fra uomini e donne sul lavoro, e quindi oggi continuo sempre ispirandomi liberamente al libro di Jhon Gray “How to get what you want in the workplace” (link affiliazione).
1 – Differenze fra uomini e donne al lavoro – potere vs. relazioni
Gli uomini danno importanza al potere, alla competenza, all’efficienza e ai risultati, elementi dai quali dipende la definizione del loro senso di sé stessi, incrementato attraverso il superamento di sfide e il raggiungimento di obiettivi.
La paura più recondita (e spesso inconscia) di un uomo è quella di non essere all’altezza e non sentirsi necessari.
Gli uomini sono più interessati a cose ed oggetti, meno a sentimenti e persone.
Le donne considerano importanti i rapporti interpersonali, l’armonia nelle relazioni e nella comunicazione.
Per tradizione culturale radicata nei secoli, le donne traggono il loro senso di sè in base a quanto riescono a sentirsi utili e contribuire al benessere altrui.
Atteggiamento questo, peraltro, che sconfina molto spesso nella famosa “sindrome della Croce rossa” con cui ancora oggi, molte donne, finiscono per annullare/avvilire/disintegrare completamente se stesse in campo lavorativo pur di compiacere il capo/collega di turno e in campo sentimentale per “salvare” l’uomo difficile di turno.
Non a caso, la paura recondita (spesso inconscia) delle donne è quella di non sentirsi apprezzate, riconosciute e di sentirsi rifiutate, anche quando sono donne affermatissime e di successo.
2 – Differenze fra uomini e donne al lavoro – autonomia vs. sostegno
Gli uomini incrementano il senso della loro efficacia nel fare le cose da soli e in autonomia senza chiedere consiglio.
Chiedere consiglio è inteso come segno di debolezza.
Le donne invece tendono a fornire consigli non richiesti per fornire supporto, che dagli uomini sono interpretati come “tu non mi ritieni capace di fare queste cose da solo”.
3 – Differenze fra uomini e donne al lavoro – soluzione vs. comprensione
Di fronte ai problemi, gli uomini cercano soluzioni rivolgendosi a persone che stimano, solo quando non riescono a trovarle da soli.
Partendo da questo presupposto, quando una donna esprime un suo problema, l’uomo tende a leggerlo (misurandosi con il suo metro) come una richiesta di aiuto/soluzione mentre per la donna la finalità è “sfogare le sue emozioni”, ottenere ascolto, comprensione e sostegno emotivo.
4 – Differenze fra uomini e donne al lavoro – status quo vs. miglioramento continuo
Le donne sono convinte che una cosa che funziona possa funzionare ancora meglio e si prodigano per questo.
Gli uomini al contrario, se una cosa funzione preferiscono non interessarsi a come migliorarla ulteriormente difendendo lo status quo.
Istintivamente preferiscono non interferire su ciò che già funziona.
Siamo nel 2017. Sono passati millenni da quando uomini e donne hanno iniziato a popolare la terra, ma , malgrado ciò, credo che facendo mente locale alle nostre cerchie di persone vicine, che si tratti di colleghi/e, amici/amiche, o partners, buona parte di queste differenze esista ancora e sia ancora molto radicata, sebbene ovviamente poi nello specifico, sia uomini che donne possano rispecchiare queste caratteristiche in modo più o meno spinto.
L’evoluzione culturale che è avvenuta negli anni, l’incremento del livello di istruzione, ancora non sono stati sufficienti ad abbattere queste barriere e a favorire uno scambio più fluido fra uomini e donne, sul lavoro come in altri settori della vita.
Da un lato la difficoltà maschile nello sviluppare un miglior rapporto con le emozioni, (lasciando vivere la loro parte più “femminile” che comunque esiste) senza per questo considerarsi deboli, uscendo dallo stereotipo dell’ uomo che non deve chiedere mai.
Dall’ altro la difficoltà femminile di concepire la propria realizzazione in se stesse più che nel bisogno di attribuirsi un valore in funzione di una qualche buona relazione che sia di lavoro, o affettiva, nella quale sentirsi indispensabile (lasciando vivere la loro parte più maschile).
Come incontrarsi a metà strada dunque? Con un pò di empatia …
Per le donne:
a) è bene evitare di dare consigli a capi e colleghi quando non sono espressamente richiesti, soprattutto davanti a più persone, in quanto questo atteggiamento mina il senso della loro auto-efficacia;
b) è bene lasciare che un capo/collega si “ritiri in se stesso” per trovare una soluzione ai suoi problemi, senza sentirsi per questo svilite e non ascoltate. Un uomo si ritira in se stesso per alleviare il suo stress, non perché rifiuta l’aiuto o il supporto di una donna.
c) è bene imparare a riconoscere ed esprimere un bisogno, senza entrare nel biasimo e nella critica: una cosa è dire al proprio capo/collega “tu non mi ascolti mai!” altra cosa e di ben diversa efficacia è dire “ho bisogno di parlarti/esporti una idea, quando mi dedichi un po’ del tuo tempo?”
Per gli uomini:
a) è bene capire l’importanza che ha la bontà delle relazioni in ufficio per una donna;
b) è bene saperla ascoltare quando una donna si lamenta di una situazione senza andare dritti al fornire una soluzione: la soluzione spesso una donna la sa ottenere da sola. Quello che le preme è sentirsi supportata emotivamente;
c) è bene capire che manifestare le proprie difficoltà nell’affrontare un problema non è vissuto da una donna come sintomo di debolezza o di “non essere all’altezza” ma anzi, di vicinanza emotiva;
d) è bene smetterla di interpretare i consigli non richiesti di una donna o le sue proposte di miglioramento nel fare alcune cose, come una forma di “svilimento” delle proprie capacità, ma come volontà di fornire supporto, comprensione e miglioramento continuo.
Riepilogando, oggi ti ho parlato di 4 differenze fra uomini e donne al lavoro che sono superabili da entrambe le parti sviluppando maggiore empatia nella comprensione delle reciproche differenze.
Se rifletti sui tuoi rapporti lavorativi quotidiani, rivedi qualcuna di queste dinamiche?
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Federica Crudeli

CONFLITTI SUL POSTO DI LAVORO: LI RISOLVI O CERCHI COLPEVOLI?
Ciao e Benvenuto a Lavorare col Sorriso!
Che tu sia uomo o donna, sei solito risolvere i conflitti sul posto di lavoro efficacemente usando l’intelligenza emotiva per migliorare la tua leadership oppure vai accusando in cerca di colpevoli, o della ragione costi quel che costi? In questo articolo ti parlo di questi due diversi atteggiamenti nell’affrontare i conflitti sul posto di lavoro e ti parlo delle softskills utili anche per la vita, dato che i conflitti o le divergenze fra colleghi, uomini, donne e umani in generale sono assai frequenti.
[Tweet ““I più grandi conflitti non sono tra due persone ma tra una persona e se stessa.” – cit. T.G. Brooks”]
La gestione dei conflitti sul posto di lavoro, può avere una finalità utile o non utile.
La finalità utile della gestione dei conflitti sul lavoro è quella di capire, esprimersi, farsi rispettare, trovare punti di accordo.
La finalità non utile della gestione dei conflitti è quella di manipolare (spesso inconsapevolmente), cercare colpevoli, accusare, difendersi, avere ragione.
Per quali motivi discuti, di solito? E quanto sei consapevole di come il tuo modo di gestire i conflitti sul posto di lavoro impatta sulla buona riuscita dei rapporti tra colleghi?
Ipotizziamo che Alice e Marco, che rappresentano due unità aziendali differenti nell’ambito di un gruppo di lavoro composto da più impiegati, abbiano da consegnare un lavoro finito per una certa scadenza.
Ognuno di loro è portatore di interessi differenti e ovviamente, ha preferenze diverse sulle modalità con cui è possibile “risolvere” un dato “compito”o “task” per usare gli inglesismi che fanno molto moda.
Nel giorno della scadenza stabilita e per rispettare obiettivi sfidanti Alice, senza dire nulla a Marco che era impegnato in altre attività, presenta all’intero gruppo di lavoro il “task” finito e costruito, in parte, ma non del tutto, con il contributo anche di Marco, che viene a conoscenza della versione finale del lavoro a cose fatte.
Marco si sente salire un pò di rabbia, quando vede scritto su una mail quello che avrebbe dovuto essere frutto anche del suo lavoro: non solo vede i fatti compiuti, ma condivide solo in parte la soluzione proposta, e in ogni caso ci sono degli aspetti dati per decisi che lo mettono in difficoltà rispetto alla sua unità di business.
Marco è arrabbiato e dentro di lui si agitano questi pensieri: sono incavolato nero, non mi ha considerato, mi ha “scavalcato”, ha deciso una cosa che non condivido e in più l’ha fatto in mia assenza senza avvisarmi.
Non posso neanche arrabbiarmi apertamente, perché si sa che in azienda i conflitti sul posto di lavoro “aperti” sono malvisti e come uno manifesta un po’ di dissenso viene tacciato di essere un polemico rompiballe.
Come potrebbe comportarsi Marco?
Esempio di gestione del conflitto sul posto di lavoro con modalità comunicative finalizzate a manipolare, cercare colpevoli, accusare, difendere, avere ragione.
M – (con tono risentito e veemenza verbale, verso Alice) Ho visto la mail… bella sorpresa… siete proprio scorretti! Non solo avete deciso la versione finale senza di me, ma in più l’avete comunicata a tutto il gruppo e vi siete venduti una cosa che ora mi mette in difficoltà con altri miei colleghi!
Il tono “risentito” è umano, ci può anche stare…ma quello che segue si chiama accusa, prima ancora di capire se abbia affettivamente dei fondamenti o meno.
A – Marco, sei sempre assente, questa è la logica conseguenza del tuo modo di fare!
Alice si sente attaccata e di istinto, invece che smussare i toni, contro-accusa il collega.
M – Ma che assente e assente, non nasconderti dietro a delle scuse perchè hai torto e sei stata scorretta! Non è la prima volta che succede. Mancava poco alla versione finale. Hai il brutto vizio di non parlare!
A – Se non ti fai trovare!
M – Ma se ero in trasferta ieri!
A – …e comunque cosa vorresti insinuare con quel “non è la prima volta che succede?” vogliamo parlare di quando due mesi fa ti sei “venduto” la scadenza senza condividerla?
Ora….potete capire che gestire i conflitti sul posto di lavoro con questo rimbalzo di attacchi e accuse reciproche potrebbe durare più o meno all’infinito.
Per ironizzare, in tre nanosecondi ogni collega ha già piazzato nella sua mente come arma di difesa tutto il Consiglio Superiore della Magistratura, con tanto di primo, secondo e terzo grado di giudizio, Cassazione compresa!
Si chiama anche “escalation of commitment” per usare un gergo psicologicamente “tecnico”.
Risoluzione finale? Animo amaro da entrambe le parti, e soprattutto, nessuno dei due probabilmente otterrà nulla di quello che realmente avrebbe voluto.
Esempio di gestione del conflitto sul posto di lavoro con modalità comunicative finalizzate a capire, esprimersi, farsi capire, rispettare il prossimo e trovare punti di incontro.
M – (con tono un po’ risentito) Ciao Alice! Ho visto lo scambio di mail e che hai presentato la versione finale del lavoro a tutto il gruppo quando non c’ero. Mi sento parecchio infastidito! Mi puoi spiegare cosa è successo?
In questo modo Marco applica l’intelligenza emotiva in 3 modi:
1 – saluta come accade fra esseri umani,
2 –manifesta il suo stato d’animo irritato che fa sempre bene, visto che reprimere le emozioni, alla lunga, fa più danni dell’uragano katrina, e non lo dico io ma la scienza,
3 -senza tirare conclusioni si attiene ai fatti che ha visto e chiede spiegazioni, per capire, prima di scegliere se permettersi di essere alterato del tutto o meno e di biasimare la collega.
A – Ciao Marco. Mi spiace vederti arrabbiato. E’ successo che ieri il Direttore ci ha chiesto entro le 16 di presentargli il lavoro proprio mentre stavamo valutando di chiedere un posticipo della scadenza di altri 3 giorni. Sono mancati i tempi tecnici sia per avvisarti prima, visto che ci hanno detto che eri fuori, sia dopo, e nel dubbio piuttosto che lasciare la cosa incompleta abbiamo preso quella che ci sembrava la decisione migliore ricordandoci anche le tue indicazioni. I modi in effetti non sono stati dei migliori ma almeno nella scelta finale ti ritrovi oppure no?
M – Ah ecco… volevo ben sperare che ci fosse una ragione valida per quello che ho visto. Diversamente, e lo specifico nel caso accada di nuovo in futuro, vorrei condividere le scelte prima e sapere quando saranno ricondivise nel team. In questo caso in effetti la decisione che avete preso mi mette in difficoltà per diversi motivi che ora ti spiego (…) come possiamo venirne fuori? Mi aiutate?
A – Si si tranquillo, a parte che non è da me, in ogni caso certo che condividerò le scelte future prima di presentarle a tutti qualora non ci fossi. Tu però le prossime volte, se dovessi sapere che a ridosso di una scadenza ti mandano fuori per lavoro, ci avvisi prima?
M – Ok sarà fatto. Anche io preso dalla fretta proprio mi sono dimenticato.. scusami. Quindi come ne veniamo fuori? Io ho questo problema adesso (…)
A– Beh credo che ci siano tempi e margini per rivedere la cosa!
Alice utilizza l’intelligenza emotiva nella gestione del conflitto lavorativo in questi modi:
1 – saluta;
2 – esprime dispiacere per il collega che vede risentito, con empatia;
3 – chiede se la soluzione individuata è condivisibile;
4 – chiede al collega per il futuro, di avvisare qualora fosse assente, usando quindi la sua assertività.
Marco a sua volta: esprime chiaramente la sua difficoltà e la necessità di trovare una soluzione, si prende l’impegno di avvisare qualora debba assentarsi vicino ad una scadenza, ed esprime cosa vorrebbe per se in futuro.
Nella tua quotidianità quante volte la gestione dei conflitti sul posto di lavoro assomiglia al primo caso e quante volte al secondo?
Quante volte “prendi la tangente” di fronte ad una situazione mal digerita e quante volte invece ti prendi del tempo per capire, prima di scegliere la riposta più opportuna usando la tua assertività?
La possibilità di scegliere la risposta di fronte ad una situazione di conflitto, prende il nome di proattività, ed è un concetto introdotto da V. Frankl, che ha condotto molteplici studi sul senso di scopo delle persone.
Reagire significa non interporre alcuna consapevolezza fra uno stimolo esterno e il nostro comportamento, rispondere significa invece prendere consapevolezza di quello che accade al nostro interno ed indirizzarlo con assertività in modo utile rispetto all’obiettivo che ci poniamo.
Farlo significa rafforzare la propria leadership, ossia la consapevolezza e padronanza di sè stessi. Qualora l’obiettivo di una conversazione sia litigare con i colleghi in modo fine a se stesso allora la modalità n° 1 è quella giusta.
Qualora l’obiettivo invece sia trovare soluzioni condivise e ridefinire comportamenti accettabili per entrambe le parti in futuro, la modalità n° 2 è quella più adatta da seguire.
Qualora invece, dopo aver raccolto il punto di vista dell’altro ti trovi di fronte ad una vera e propria scorrettezza ingiustificabile ai tuoi occhi, considera che:
a – possono esserci colleghi che per differenti ragioni e motivi, vivono di bassezze. In questo caso intanto puoi avere una fortuna magari: non assomigliargli;
b – inoltre, quando hai a che fare con colleghi che deliberatamente fanno cose a danno altrui, o per metterti in cattiva luce, o per affermare se stessi, o per screditarti, tieni a mente che il problema è loro: quasi sempre soffrono di insicurezza cronica con un ego pari ad una mongolfiera, ed hanno bisogno di sminuire gli altri per emergere.
In questo senso, sempre a proposito di vivere per se stessi un tempo di qualità, prima di dare eccessiva importanza a questo tipo di colleghi e quello che fanno, ti ricordo che nell’articolo “Un giorno lo farò: il tempo ti è nemico? Parte I” ti ho parlato di investire il tempo in funzione del tuo scopo e dei tuoi principi.
Di conseguenza il tempo da dedicare a queste persone tossiche è bene che si riduca all’osso. Puoi sempre scegliere di averci a che fare per il tempo che è imposto dal contesto, ma nulla di più.
E poi lasciarti alle spalle la rabbia e il senso di sconfitta che a volte l’esito di questi conflitti sul posto di lavoro può generare.
Inoltre, se vivi in funzione dei tuoi principi guida, disponi di una bussola interna che ti conferisce sicurezza interiore e ti indirizza nelle scelte, ed è corretto che sia l’unico riferimento rispetto al quale misurarti, piuttosto che preoccuparti della figura da stupido che magari qualcuno ci tiene tanto a farti fare…la summa di questo pensiero è resa bene da questa celebre frase dei Beatles da tenere a mente di fronte a colleghi poco corretti:
[Tweet ““Live and let die”- cit. Beatles”]
In sintesi ti ho parlato di due modi di affrontare i conflitti sul posto di lavoro rispetto all’obiettivo di trovare punti di accordo: uno più utile ed uno non utile.
Ti ho quindi parlato della differenza fra la reattività e la capacità di risposta intesa come proattività: in questi casi le differenze fra uomini e donne non hanno alcuna relazione con la maggiore o minore padronanza di queste softskills!
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Federica Crudeli

L’EMPATIA È UOMO O DONNA? SCOPRILO E USALA
Ciao e Benvenuto a Lavorare col Sorriso!
In questo articolo ti parlo di empatia, uno degli aspetti dell’intelligenza emotiva che ti aiuta nella crescita personale e professionale: cosa è, a cosa ti serve, come puoi imparare a svilupparla per gestire efficacemente i tuoi rapporti lavorativi e Lavorare col Sorriso!
Come ti ho già detto nel mio articolo introduttivo di Lavorare col Sorriso “Rapporti con i colleghi: 7 modi per farsi odiare” è affidata anche a te la buona riuscita o meno dei tuoi rapporti tra colleghi, e uno dei mezzi utilizzabili è appunto l’empatia.
[Tweet “”Solo perché emetti suoni nella mia direzione non significa che stai comunicando” cit. D. Gordon”]
Sviluppare una maggiore empatia è fondamentale, che tu sia un capo o un collaboratore di qualcuno, che tu sia uomo o donna.
L’empatia, in sintesi, è la capacità di guardare alle situazioni anche dal punto di vista dell’altro.
A dispetto delle gerarchie organizzative, infatti, i colleghi uomini/donne fanno cose per i loro motivi, non per i tuoi: comprendere quindi cosa può muovere un collega e/o collaboratore a fare o meno una determinata attività, mettendoti nei suoi “panni”con empatia, è l’atteggiamento più efficace da adottare.
Nel mio articolo dedicato alle differenze fra uomini e donne ti ho già parlato del fatto che gli uomini sono più orientati “al compito” e le donne “alla relazione”.
Quindi a proposito di empatia, continuo a parlare di queste differenze ispirandomi in parte e liberamente al testo di Jhon Gray “How to get what you want in the workplace” per precisare meglio quelle esistenti fra uomini e donne.
Mentre gli uomini generalmente comunicano all’unico scopo di risolvere un problema e/o portare a termine una attività, le donne comunicano anche per altri tre motivi: per dare e ricevere supporto emozionale, per alleviare tensioni e stress, per analizzare meglio un problema.
Capire questa differenza è un presupposto per disporre di una chiave di lettura del comportamento per migliorare l’empatia.
Vediamoli singolarmente.
Un’espressione quale “che giornata faticosa, non so se riesco a fare tutto quanto” per una donna è un modo di esprimere il suo stato emotivo e non ha alcuna finalità di biasimo (verso chi l’ha eventualmente “caricata di lavoro”) o di richiesta di aiuto (aspettativa che qualcuno la renda meno faticosa).
E’ solo un modo di alleviare la tensione e ricercare supporto condividendo uno stato emotivo negativo. Tipicamente, una collega donna fornirà il suo supporto con un “eh ti capisco, è una giornata lunga” , diversamente un uomo tenderà a minimizzare lo stress dicendo “ho visto di molto peggio”.
La differenza fra le due riposte è che la prima, per una donna significa implicitamente “vedo che esisti, ti capisco e rispetto il tuo stato d’animo”, diversamente nel secondo caso la riposta appare come un modo spicciativo per liquidare la questione e che tra l’ altro non produce, dal punto di vista della donna, alcuna visione positiva come invece sarebbe nell’intenzione dell’uomo.
Le donne attraverso l’espressione del loro vissuto alleviano la loro tensione, prima ingigantendo un problema, poi relativizzandolo attraverso il dialogo, per arrivare a rendersi conto, nel parlare, che la questione magari non era così importante come sembrava.
Un collega uomo legge questo “stra-parlare” come un tentativo di esonerarsi dal fare una cosa, un cercare scuse, un sottintendere “è troppo faticoso quindi non lo faccio”.
Anche un collega uomo può nutrire delle insicurezze rispetto al sapere fare o meno una cosa, o all’avere abbastanza tempo a disposizione, ma non lo manifesta.
Pensa internamente a sè quale soluzione può mettere in campo ed agisce. Questo processo solleva la tensione di un uomo rispetto ad un problema.
Lo stesso sollievo invece, una donna lo trova esprimendosi. Infatti, generalmente un uomo ha già chiaro quello che vuole dire prima di parlare, mentre una donna, generalmente inizia a parlare per poi scoprire gradualmente quanto vuole dire e per analizzare un problema.
Come possono quindi uomini e donne sul lavoro migliorare la loro empatia? Iniziando a comprendere i motivi che sottendono i reciproci comportamenti per inquadrarli nel giusto modo.
Quindi come prima cosa ti chiedo di ripensare al tuo vissuto lavorativo e di verificare se effettivamente ti ritrovi in questa descrizione e poi, da subito, di cominciare a porti rispetto all’altro sesso in modo differente, ora che conosci le motivazioni di fondo che giustificano queste differenze.
Ovvio che questi comportamenti valgono in media e generalmente: nulla esclude che ci siano donne con una forte componente di mascolinità che parlano solo per trattare uno specifico problema senza alcuna divagazione, e viceversa uomini con uno spiccato lato femminile che divagano rispetto alla trattazione di un tema condividendo un proprio sentire del momento.
Saper usare l’empatia significa tenere conto di queste differenze in modo da comunicare efficacemente.
Inoltre tutti i più recenti studi sulle neuroscienze e la scoperta dei neuroni specchio dimostrano che la “natura” o “diversità biologica” influenza solo in parte la nostra capacità di usare l’empatia, il cui sviluppo è comunque condizionato dall’educazione ricevuta e dall’ambiente esterno e sociale. (Qualora poi volessi approfondire la scoperta dei neuroni specchio ti consiglio il libro “So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio ” di Giacomo Rizzolati e Corrado Sinigaglia).
A questo proposito personalmente penso ad esempio, che la tendenza degli uomini a non manifestare le emozioni come fa una donna più naturalmente, sia legata alla cristallizzazione nel tempo del concetto dell’uomo Denim che non deve chiedere mai. Anche gli uomini vivono delle emozioni internamente, che per cultura e per la necessità di mantenere lo status di “forti” puntualmente nascondono o reprimono.
Poi, a prescindere dal tuo sesso, immaginati in una giornata particolarmente felice per qualche motivo: sei entusiasta, contento e magari muori anche dalla voglia di esternare quello che ti rende così contento, a qualcuno, o semplicemente, vorresti conservare questo tuo stato di grazia magari anche un po’ con la testa leggera leggera per aria. Ti si avvicina alla scrivania un capo/collega per parlarti di un compito congiunto che dovete portare a termine. La scena si svolge più o meno così:
“(senza saluti né nulla… ) avevamo da finire entro oggi quell’incarico. Vieni con me di là un attimo!”
Tu nel frattempo sei lì con la tua fibrillazione interiore di gioia e vorresti che qualcuno almeno ti dica almeno “wow che espressione soddisfatta che hai” .
Nulla di tutto questo. Il tuo collega ti ha rivolto un ciao a malapena e del tutto indifferente attaccata a parlarti di numeri, dati, cose da fare, Tizio che ha detto così poi fatto colà, l’altro che ha ritardato l’invio dei documenti che vi servono, e parla come un treno che va ai 400 km orari riempiendoti di sacchettini di parole senza sosta.
Eppure i treni ogni tanto la fanno una fermata, pensi dentro di te. Neanche i rapper professionisti parlano a quella velocità. Ma nulla. Tutto lo sproloquio, magari anche con un tono triste o monotono se non incazzoso finisce con un “ora fai questo!”.
Nel frattempo quasi divaghi con la testa ricavandoti un angolo di pace in mezzo a tutto quel parlare, sperando che termini il prima possibile.
Ecco, possiamo dire che questo è il contrario dell’empatia, ossia la capacità di entrare in sintonia con un’altra persona o di mettersi “nei suoi panni”. Io direi anche cecità emotiva, se possibile.
Le cose peggiorano notevolmente se, invece che trovarti in uno stato di grazia, fossi invece profondamente triste per qualche motivo, o preoccupato, e quindi, con poche energie e poca voglia di aprirti al mondo e interagire col prossimo.
In questo secondo caso magari ti aspetteresti, da un altro essere umano almeno un “tutto ok? Ti vedo strano/triste/silenzioso” o più genericamente una qualsiasi forma di genuina e umana attenzione per la tua persona tipo un semplice “ciao”…
Una parte di te magari pensa pure “sai a me quanto me ne frega dei tuoi dati e bla bla bla con questo pensiero martellante che ho nella testa che non mi da pace ben più importante di quanto mi stai dicendo”.
Ti è mai successo? Che sensazione hai provato?
Oppure sei tu uno di quelli che a prescindere da chi hai di fronte, fai sempre il rapper sul treno ai 400 km l’ora da tanto che sei fissato con i tuoi compiti/obiettivi/scadenze vedendo solo e soltanto te stesso e le tue incombenze?
Riconoscere gli stati d’animo altrui dagli indizi non verbali è sicuramente un punto di partenza per instaurare una comunicazione efficace usando l’empatia.
La postura, lo sguardo assente/presente, il tono di voce, l’espressione del viso, la respirazione bloccata come se uno stesse in apnea, o veloce come se avesse fatto un ironman al cardiopalma, il tipo di linguaggio usato, sono tutti elementi che entrano in gioco nella comunicazione sul lavoro e sono un termometro del tipo di scambio che è più o meno opportuno avviare, per un collega che, dotato di empatia, sappia appunto usare le circostanze a suo favore dopo averle osservate.
Quanto sei allenato a notarli? Tanto? Poco? Per nulla?
Quando li noti? Sempre, mai, occasionalmente?
Li noti poco sugli altri o anche su te stesso, cioè fai fatica a riconoscerti stati d’animo differenti di felicità, entusiasmo, gioia, rabbia, tristezza, paura, e annesse manifestazioni usuali nel mondo esterno, perché sul lavoro devi essere una macchina produttiva senza intoppi perciò tutto quanto entra nel campo della tua consapevolezza lo rifuggi per essere performante?
Quanto sei capace di esprimere i tuoi stati d’animo, senza soffocarli ma anche senza soffocare/travolgere un altro collega?
Un buon modo per migliorare l’empatia è, qualora anche tu abbia difficoltà con te stesso, iniziare a prestare attenzione al tuo linguaggio non verbale e alla tua vita emotiva. E’ un po’ difficile poterlo notare negli altri quando non siamo capaci ad osservarlo in noi stessi.
Come si fa? Osservati. Ascoltati. Senza giudizio rispetto ai tuoi vissuti emotivi e cognitivi. Spesso il censore interno che abbiamo, soprattutto se il nostro vissuto è negativo, tende a dirci “no, ma così non si fa, così non ci si fa vedere di fronte agli altri, così non sta bene” etc.. Il risultato finale? Si rischia di diventare delle foglie morte senza linfa. Ci si spegne.
Premesso questo, per “creare” rapporti lavorativi efficaci col prossimo usando l’empatia, è appunto importante considerare che questo prossimo esiste, è umano come te, ha gioie/difficoltà come te e magari ha bisogno di sentirsi “visto” prima di essere oggetto di “rapperaggio spinto”, romanticamente o aggressivamente connotato che sia.
L’uso dell’empatia consente di creare un clima di fiducia, apertura e reciproca comprensione ed è presupposto basilare per una comunicazione efficace.
Vuoi allenarti ad entrare in empatia con i colleghi? Allenati ad osservare gli altri in generale.
Tutti i momenti sono buoni: in attesa davanti alla fermata del treno, bus, metropolitana, in coda alle poste, al supermercato, invece che tenere la testa impiantata dentro al tuo smartphone, osserva gli altri e il loro modo di parlare, la postura fisica, lo sguardo, l’espressione, improvvisamente ti renderai conto di far parte di un mondo che non necessariamente è rinchiuso nei profili facebook o instagram delle persone. Dal vivo c’è il sonoro! E’ più interessante!
Per quanto mi riguarda, ad esempio, pur considerandomi una persona dotata di empatia, ho fatto comunque questo esercizio, soprattutto per impegnare i momenti di attesa che consideravo come “tempi morti” finchè un coach uomo (vedi vedi che anche gli uomini badano a queste cose) mi ha suggerito ironicamente come potevo sfruttarli, con la freddura “perché, per te esistono i tempi vivi e i tempi morti, oppure i tempi che consideri morti puoi farli vivere in qualche modo?”.
Ovvero potevo “ammazzare” quella che per me era la noia mortale delle attese, in momenti di “sperimentazione” , “osservazione” e “allenamento” all’empatia. Rafforzare la sensibilità ad osservare e riconoscere il linguaggio non verbale degli altri mi è servito molto. E nella vita in generale.
Una volta che hai acquisito una maggiore capacità tanto di leggere meglio te stesso quanto gli altri, cosa ci fai?
Usi questa tua capacità per costruire relazioni più efficaci, dosando l’espressione della tua emotività, delle parole che usi e il momento adatto per parlare considerando anche l’altra persona nella tua conversazione non come un soprammobile che è lì per rispondere a dei comandi, ma come un umano.
Anche semplicemente proporre una idea o iniziativa o affrontare una discussione quando l’altro non è presente a sufficienza se non addirittura indisponibile, è controproducente sia per te, che corri un elevato rischio di non ottenere il tuo obiettivo, che per l’altra persona che magari ti archivia nella RAM della sua memoria come persona sgradevole con cui avere a che fare e senza empatia. Poi non lamentarti se i colleghi ti scansano!
[Tweet ““Sono umano, e niente che sia umano mi è estraneo”. cit. Erich Fromm”]
Ricapitolando ti ho spiegato la differenza fra i motivi per i quali in genere uomini e donne comunicano sul lavoro, cosa è l’empatia in modo pratico, ti ho dato spunti di riflessone per imparare a guardare meglio a te stesso, ti ho detto che l’avere empatia non dipende dalla tua diversità biologica di uomo e donna, ma più da fattori culturali/educativi/ambientali e ti ho dato un primo esempio pratico per allenarti ad osservare gli altri per costruire una modalità comunicativa empatica efficace.
Tornerò ancora sul tema dell’empatia, del linguaggio non verbale e delle modalità con cui sviluppare o affinare le tue capacità di utilizzare l’empatia a tuo vantaggio.
Nel frattempo lasciami un commento e dimmi quali riflessioni hai fatto o quale argomento vorresti fosse trattato o approfondito.
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Federica Crudeli
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CARRIERA LAVORATIVA: IL POTERE È PIACERE? COME CAPIRLO
Ciao e Benvenuto a Lavorare col Sorriso!
Rincorrere il potere nella carriera lavorativa è davvero fonte di piacere? In questo articolo ti guido a valutare il potere in modo provocatorio: sul suo significato, sulle sue implicazioni, su come lo vivi, gestisci, ambisci o subisci, e sulla quantità di PIACERE che vuoi per la tua vita.
[Tweet “”Il potere logora chi non ce l’ha. ” cit. Giulio Andreotti”]Il concetto di potere nella carriera lavorativa è sempre andato di pari passo con il genere maschile, mentre negli ultimi 50 anni le rivendicazioni di parità delle donne hanno insinuato una grossa crepa nel potere concepito in modo patriarcale, in tutti i settori lavorativi.
Oggi la rincorsa al potere nella carriera lavorativa non è più una prerogativa solo degli uomini, ma anche delle donne, e questa modificazione culturale ha condotto, probabilmente, anche ad una modificazione del rapporto di potere fra i due generi, ad oggi, ancora non ben digerita e metabolizzata, a leggere quanto ci offrono le cronache.
Ma andiamo per gradi, in questo articolo voglio restare focalizzata sul rapporto che i lavoratori in genere, uomini e donne, hanno con il potere e sul rapportoi che esiste fra potere e piacere.
Immaginati vestito/a di tutto punto, al meglio della tua forma fisica, che contempli il tramonto che si dispiega di fronte a te dalla stanza del tuo ufficio personale situato all’ ultimo piano di un fantastico grattacielo mentre stai per prendere una qualche decisione che impatterà pesantemente sulle sorti della tua azienda.
Hai la fortuna di sentire i rumori di sottofondo come un vago ricordo, perché da lassù, puoi permetterti di guardare il mondo dall’alto perso nei suoni ovattati. Hai una limousine che ti aspetta in strada con tanto di autista, e uno stuolo di uomini/donne pronti a scattare ad ogni tua richiesta.
Sei instancabile, gestisci problemi e difficoltà di ogni genere senza battere ciglio, senza perderti mai d’animo, con una energia infinita, sempre pronto, brillante, con la battuta pronta.
Sei distaccato quanto serve a non farti sopraffare dai mille impegni e responsabilità che hai. Hai persino una scrivania Skin Touch – quelle che a seconda del tocco con cui ti appoggi si trasformano in esecutori seriali .
Normalmente di districhi fra eventi VIP e personaggi noti e famosi e la tua presenza di per se stessa in qualche luogo, genera l’evento dell’anno.
A colazione mangi fette di pane con spalmati sopra gli indici Standar & Poor o Moody’s.
Cosa dici, ironia a parte, pensi che possa essere una descrizione “calzante” di uomo/donna di potere nella carriera lavorativa?
Tornando da Hollywood alla realtà, in media, accanto alla parola potere spesso le cronache accostano immagini di faccendieri di vario ordine e grado che già ricchi o arricchitisi dopo, già seduti su alte cariche continuano ad avere una smania infinita di soldi, titoli e imprese da compiere, non sempre degne di ammirazione… E magari alle spalle di poveri disgraziati.
Così come, sempre le cronache, possono regalarci esempi di esercizio del potere degni di ammirazione.
Sei d’accordo con la celebre affermazione che il potere logora chi non ce l’ha?
Il concetto di potere nella carriera lavorativa solitamente ruota intorno ad altri due concetti: denaro e posizione sociale di “rango/establishment elevato”nonché autorità.
Allora sono andata a rispolverarmi la definizione della parola potere il cui significato è “capacità di influenzare”.
E sono stata quindi costretta a domandarmi: a me piace influenzare o no le persone e le circostanze?
La riposta è stata si. Quindi a me piace il potere.
Tutto sta a vedere che tipo di potere, da esercitare in quali contesti, e a quale fine.
Ed è una valutazione del tutto soggettiva.
Che ti piaccia o meno, tutti noi, nelle nostre relazioni di lavoro, amicali, affettive, in qualche modo esercitiamo un potere.
Di per se, il concetto di influenzare l’ambiente che ci circonda è un dato di fatto. Né positivo, né negativo. Condizioniamo, plasmiamo, influenziamo in qualsiasi interazione della nostra vita.
Ma la riflessione che ti invito a fare è: mettiamo che tu abbia il legittimo diritto di vedere e vivere il tuo lavoro come un mezzo per ottenere una carriera lavorativa di potere.
E il potere, come si sposa con il concetto di piacere che penso sia una condizione nella quale noi tutti ambiamo a vivere, uomini e donne, indistintamente? (se invece amiamo il dolore, abbiamo più che qualche riflessione da fare e anche molto seriamente…)
Alexander Lowen (prima avvocato, poi medico chirurgo specializzato in psicologia…giusto per dirti che di vite rampanti pur qualcosa ne conosceva), nel suo libro “Il piacere” sostiene che “il lavoro può essere piacere quando le richieste che implica impegnano in maniera equa e libera le energie di un individuo”.
Dice anche che “il piacere è la forza creativa della vita. E’ l’unica forza abbastanza possente da opporsi alla potenziale distruttività del potere”.
Questo concetto implica che il potere possa essere potenzialmente anche distruttivo e quindi, in ultima analisi, allontanare dal piacere.
Sei caduto dalla sedia? Aspetta, continua a leggermi.
Nell’ambiziosa corsa verso il potere normalmente strettamente connesso con l’ottenere ruoli prestigiosi (ottenendo spesso a cascata anche denaro e un visibile riconoscimento sociale), implica anche il saper convivere armoniosamente con la tensione legata ai carichi di stress e responsabilità da gestire, e le decisioni da prendere.
Decidere fra l’altro è una delle attività più stressanti per un umano (penso sia abbastanza nota la storia di Zuckerberg che ha un armadio con x maglie tutte uguali dello stesso colore per evitare di dover spendere tempo a scegliere quale indossare, preservando le sue energie mentali per decisioni più impegnative).
Spesso darsi da fare per rincorrere il potere è ppunto una corsa verso il futuro.
Quando avrò lo yacht di 16 metri, quando avrò i soldi per fare tutte le vacanza nei resort di lusso, quando potrò iscrivermi ai più esclusivi club di golf, lancio del nano, (come nel film “The wolf of Wall Street”) quando avrò ai miei piedi tutte le donne che vorranno salire sulla mia Ferrari, quando avrò i soldi per comprare le Manolo Blanich di ultima generazione senza fare troppe rinunce come faccio ora, quando …, quando …, quando…. Appunto. Quando?
Ti dico un’altra cosa … toccando ferro nel dirla …hai mai considerato l’idea che a quel famoso quando potresti anche non arrivarci mai?
E che l’unica cosa di cui puoi essere sicuro è che sei vivo QUI e ORA? Scommetto di no.
Scommetto che, schiacciato dalla routine quotidiana, ti ricordi di non essere eterno/a solo se e quando la vita ti dà degli scossoni talmente forti che non puoi non fermarti per un attimo a pensare.
Poi la vita ricomincia. E passi le tue giornate procrastinando magari all’infinito qualcos’altro a cui tieni oltre al lavoro, nella tua convinzione che un giorno potrai fare la tal cosa, dato che sei eterno un pò come gli Dei della Grecia Antica.
Beh Federica, allora mi stai dicendo che nessuno deve più ambire ad una carriera lavorativa di potere? No.
Ti sto solo invitando a fare una riflessione sul significato del successo per come è comunemente inteso, e le implicazioni che il successo può avere sulla tua vita e farti riflettere su quanta dose di potere e quanta di piacere vuoi che siano presenti nella tua vita OGGI che è l’unico dato certo di cui disponi (almeno se stai leggendo adesso questo articolo).
Che rapporto hai con il potere e che influenza ha su di te il potere esercitato dagli altri?
Sei una di quelle persone talmente affascinate dal potere che faresti qualunque cosa in cambio di una carriera lavorativa fatta di denaro e successo?
Sei una di quelle persone che vive di luce riflessa del potere di altri, ossia provi piacere nel potere annoverare la tal persona di successo fra le tue frequentazioni?
Oppure ti piace relazionarti in ambito lavorativo preferibilmente (o solo) con chi ha raggiunto alti gradi nella carriera lavorativa e ricopre posizioni “alte” nell’organizzazione, altrimenti ti senti sminuito ad interloquire con i comuni mortali?
Se si, i colleghi con cui ambisci a relazionarti sono anche persone di valore? Ossia si distinguono per qualità personali, valori, conoscenze e competenze, oltre al fatto di aver fatto una gran carriera lavorativa?
Sotto sotto consideri inferiori le altre persone che non possono fregiarsi di qualche titolo, a prescindere dal valore che hanno come esseri umani?
Oppure ti senti succube del potere nel senso più negativo: o perché talvolta ti trasformi in una brutta copia in miniatura del potente di turno, da emulare, per poterne poi prendere il posto o guadagnarsi la scalata ai piani superiori.
Oppure perché lo subisci del tutto mettendoti in una posizione di sudditanza psicologica al punto che a volte dubiti della tua dignità?
Oppure, ancora, il concetto di potere ti lascia indifferente?
A te quanto piace poter influire sul tuo contesto lavorativo e sulle persone? Con quale finalità? In che modo?
Spostando ora il focus sul concetto di piacere, cosa significa provare piacere per te?
Ho detto piacere, non felicità, non divertimento, non intrattenimento, che sono concetti affini ma non identici…(di cui avrò occasione di parlare in futuro).
Il piacere innanzi tutto è “uno stato percepibile a livello fisico, è un modo di essere, è un fluire libero, creativo di energia, uno stato di eccitazione, un sentirsi pienamente vivi”, come lo definisce Alexander Lowen nel suo omonimo libro (-link di affiliazione).
Per capirci meglio…pensa a quando sei impegnato a fare la tua attività preferita… che quasi quasi il tempo passa senza che tu te ne accorga mentre provi “piacere” intrinseco da quello che stai facendo, e non esistono interruzioni di sorta, pensieri disturbanti.
Sei completamente e piacevolmente assorto in uno stato di “tranche” e leggerezza di spirito che avverti anche nel corpo. Caschi il mondo tu sei preso nella tua passione preferita. Ecco, quello si chiama piacere.
Questo piacere lo provi anche nell’ambito della tua corsa verso le vette della carriera lavorativa? Se si, sei a cavallo. Ti aspetta una vita meravigliosa.
Ipotizziamo che tu desideri il potere e l’autorità che ne consegue.
Hai mai pensato a come la necessità di mantenere una “posizione autorevole” possa entrare in conflitto con i tuoi sentimenti ed emozioni?
Perchè saprai meglio di me che arrivare a ricoprire nella carriera lavorativa ruoli di potere necessita un impiego di diplomaticità, ed equilibrio, come minimo, che poco hanno a che vedere con la spontaneità. Implica anche prendere decisioni, magari scomode e convivere sereni con il fatto di avere magari deluso qualcuno.
Se si, quanto ti costa? Ti viene agevole o fai una fatica immane?
Insegui il successo per poterti distinguere dalla “folla”?
Se si, hai mai considerato che in questo caso avrai sempre bisogno proprio di questa folla da cui vuoi distinguerti per poter mantenere il consenso che ti conferisce il “successo” che hai ottenuto o vuoi ottenere?
Perchè ti è utile rifletterci?
Perchè guardarti dentro e capire cosa fa al caso tuo o meno, capire quanto piacere intrinseco sperimenti seguendo una strada piuttosto che un’altra, influisce sensibilmente sulla qualità della tua vita lavorativa e non solo.
E tu, che genere di potere insegui? In quale ambito della tua vita? Verso chi lo vuoi esercitare? Come lo vuoi esercitare? Quali rinunce sei disposto/a a fare? Quali benefici ti attendi?
Quanto piacere vivi nel tuo presente, o speri di vivere nel tuo futuro?
Quale “mix” di potere e piacere pensi sia più consona al tuo benessere?
Pensi che ambire a ruoli di potere nella carriera lavorativa sia una prerogativa per entrambi i generi oppure sotto sotto, se sei donna, pensi di non potercela fare mai? Oppure se sei uomo ritieni che le posizioni di potere non siano adatte alle donne?
Ti ho parlato di potere e piacere, di cosa siano e che conseguenze possono avere sulla tua vita; nei prossimi articoli ti darò strumenti utili a capire meglio quale percorso di crescita professionale faccia al caso tuo, e a capire meglio quale mix di potere/piacere sia consona al tuo benessere.
Ti anticipo che questa valutazione ha molto a che fare anche con il tempo , con la consapevolezza che hai di te stesso, e con i tuoi valori ed ha poco a che vedere con le distinzioni di sesso.
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Federica Crudeli

DIFFERENZE FRA UOMINI E DONNE. CAPIRLE TI AIUTA
Ciao e benvenuto a Lavorarecolsorriso!
Questo è il primo articolo introduttivo sul tema: uomini e donne sul lavoro e le differenze, ed è, in parte, liberamente ispirato dal testo “How to get what you want in the workplace” di Jhon Gray (link di affiliazione).
Immagino che tu, uomo o donna, abbia riconosciuto nella tua esperienza una significativa differenza nel modo di approcciare la vita in generale rispetto a persone dell’altro sesso… e qui le battute potrebbero sprecarsi come nel celebre film “La guerra dei Roses” … ma non è mia intenzione fomentare l’idea che questa diversità sia dannosa.
Conoscere queste differenze credo che contribuisca a Lavorare col Sorriso piuttosto che adombrarsi spendendo tempo prezioso dietro ad incomprensioni inutili o riponendo l’uno nell’altro aspettative che puntualmente potrebbero essere disattese.
Aspettative che peraltro, in genere, non sono limitate solo all’ambito lavorativo ma anche al di fuori. Quindi conoscerle ti sarà di aiuto anche al di fuori del contesto lavorativo.
Parto con una premessa doverosa: in teoria, sul posto di lavoro, si viene assunti per dare il meglio di se, perché si è valutati come candidati idonei a ricoprire certe mansioni, e non perché si è simpatici.
Quindi la prima domanda che ti faccio, che tu sia uomo o donna, è: quanto è importante per te risultare per forza simpatico a tutti sul posto di lavoro?
Vivi cercando di riscuotere sempre simpatia fra i colleghi? Quanto ti infastidisce sapere che con qualcuno, malgrado tanti sforzi e tentativi proprio non riesci a trovare la chiave per entrare in sintonia?
Se si, hai da domandarti come mai ti interessi tanto. E a questo proposito nella categoria di articoli dedicati alla consapevolezza e gestione di sè pubblicherò articoli che ti aiuteranno a fare i conti con questo e altri temi e a prendere le misure più opportune per te (nel frattempo puoi cominciare con il leggerti l’articolo “Benessere in ufficio: questo sconosciuto? 5 risposte” e l’articolo “Manager o Leader? Quale tipo sei?” )
Altra doverosa premessa è che sul posto di lavoro, le persone non hanno un interesse personale nei tuoi confronti.
Pensa a quando qualcuno all’ultimo minuto ha disertato ad una riunione così importante per un tuo progetto causandoti problemi, o a quando qualcuno non ti ha mandato dei documenti in tempo per rispettare una scadenza importante, o a quando qualcuno è insistente per ottenere da te una cosa che è molto in contrasto con qualcosa d’altro che sai benissimo di non poter fare.
[distance1]
Uomini e donne, sul lavoro, fanno cose per i loro motivi.
E non necessariamente i loro “buoni motivi” possono coincidere con i tuoi.
Anzi, spesso può accadere che perseguire questi loro “buoni motivi” abbia una ricaduta negativa su di te e il tuo lavoro, ma solo come conseguenza del tutto incidentale, non come volontà premeditata di nuocerti.
…Semplicemente un collega ha pensato a se stesso, a quello che doveva fare e non ha pensato neanche per un secondo a come, quello che stava facendo, avrebbe potuto nuocerti in termini lavorativi.
Ci hai mai pensato? Oppure tendi a personalizzare tutti i comportamenti da parte degli altri come atti volutamente compiuti per nuocere a te o screditarti o farti fare brutta figura?
Intanto diciamo che se tu cominci a pensare appunto che uomini e donne, sul lavoro, fanne le cose in funzione di un loro interesse e con una intenzione positiva, a prescindere che ciò sia vero o meno, cominci a vedere e vivere diversamente molte cose. Comincia subito!
Lo so che stai pensando che esistono uomini e donne che invece fanno le cose proprio col proposito di nuocerti, ma ti invito a fare una riflessione.
Pensa a tutti i tuoi colleghi e a tutte le volte che hanno fatto qualcosa che ti ha generato “grane”. In quanti casi e quante di queste persone pensi che abbiano avuto un reale interesse “a farti del male, screditarti, metterti in cattiva luce”?
Riesci ad individuare, mettendoti dal loro punto di vista, dei motivi validi che potrebbero aver indotto un comportamento che, a cascata, si è ripercosso su di te in senso negativo?
Magari il non darti un documento nei tempi utili per te, dal punto di vista dell’altro, era legato alla volontà/dovere di condividerne il contenuto con il suo superiore che però, essendo fuori in trasferta o preso da altre urgenze, glielo ha consentito una settimana dopo.
Avere messo a fuoco questa cosa ti aiuta a Lavorarecolsorriso o no?
Qualora tu poi abbia a che fare con uomini e donne che invece, di proposito, adottano comportamenti poco corretti, ( e ci credo che ne esistano a bizzeffe…) nella categoria di articoli dedicata ai rapporti lavorativi con capi, colleghi, collaboratori approfondirò anche il tema della gestione dei rapporti con personalità particolarmente resistenti, partendo con la riflessione “Rapporti fra colleghi: 7 modi per farsi odiare. Quanto ci metti del tuo?” per introdurti al tema dell’intelligenza emotiva e di come il saperla utilizzare e sviluppare può semplificarti la vita e sia importante anche per le tue ambizioni di crescita professionale.
Veniamo al dunque, quale è una delle principali differenze fra uomini e donne sul lavoro?
Millenni di evoluzione non hanno cambiato una differenza fondamentale fra i due sessi che ancora oggi, seppure in modo molto diverso, persiste, e che continua puntualmente ad esse ignorata con tutte le conseguenze del caso. L’uomo era cacciatore, focalizzato sul procacciarsi il cibo per se e la famiglia, mentre la donna si occupava della crescita dei figli, di tutte le attività domestiche e molte altre attività.
Ancora oggi quindi, gli uomini sono più orientati al “compito” le donne, invece, alla “relazione”. Generalmente gli uomini sono più stabili emotivamente, usano meno parole, le donne invece sono più emotive, comprensive, empatiche e “chiacchierone”.
Gli uomini usano la comunicazione principalmente per risolvere problemi, svolgere una attività assegnata, ottenere informazioni finalizzate ad uno scopo. Fanno una cosa alla volta.
Mentre le donne ne fanno 10 contemporaneamente. Generalmente poi gli uomini si considerano tanto più competenti quanto meno parole riescono ad utilizzare per esprimere un determinato “punto”.
Può accadere che un uomo parli molto, ma solitamente, quando la fa, lo fa in modo che ogni parola spesa sia necessaria e focalizzata, essenziale, e in sequenza lineare per formulare una conclusione logica.
Le donne tendono a comunicare sia per risolvere i problemi, ma che per minimizzare lo stress, sentirsi meglio, alleviate da un peso, creando legami emozionali per rafforzare le relazioni così come stimolare la creatività.
Spesso il modo di comunicare di una donna può dare l’impressione ad un uomo che essa dubiti delle sue capacità nel dimostrarsi aperta anche ad altri punti di vista.
L’inclinazione della donna ad entrare in relazione empatica, spesso può essere letta da un uomo come una ricerca di approvazione, indicatore di insicurezza, mentre invece è legata alla volontà femminile di ricercare sostegno empatico, e consenso.
Difatti, quando una donna va direttamente a trattare “il cuore” di una questione generalmente è l’indicazione che non stima/rispetta abbastanza quell’uomo al punto da voler creare un rapporto “amichevole”, mentre al contrario, la tendenza naturale dell’uomo a focalizzarsi in modo coinciso e sbrigativo senza troppe parole su una questione, non necessariamente implica che non stimi o sia arrabbiato con una donna. Gli uomini tendono a minimizzare i problemi per alleviare lo stress, le donne invece tendono a “fomentarlo” per poi trovare sollievo nell’espressione dei loro sentimenti ed emozioni.
Cosa ne dici, questa prima differenza ti fornisce una chiave di lettura utile per tutte le volte che, in quanto donna, ti sei sentita “messa da parte” da un collega che è andato dritto al punto?
E tu, in quanto uomo, puoi iniziare a dubitare meno della sicurezza di una tua collega, ora che sai che gli orientamenti comportamentali naturali dell’uno e dell’altro sono così diversi?
Saperlo ti aiuta a pensare che puoi migliorare la qualità dei tuoi 8 tempi lavorativi e non?
Pensi che, date queste differenze, i ruoli di potere siano una prerogativa di uno dei due sessi in particolare?
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Tu quali differenze percepisci in modo più evidente nell’affrontare il lavoro, fra uomini e donne?
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Federica Crudeli